Sostegno attivo allo sviluppo sociale


A cura di Luigi Brembilla



 

In collaborazione con la Caritas diocesana bergamasca, Caritas Ticino partecipa alla fase finale del Progetto professionale per l’accompagnamento alle attività formative del Centro polifunzionale di Novoselle di Peje, dell’Associazione Bergamo per il Kosovo.

Dall’inizio del mese di ottobre sto facendo la spola tra il Canton Ticino ed il Kosovo. Mi occupo direttamente di questo accompagnamento fino a metà dicembre.

In queste pagine mi limito ad un minimo accenno agli obiettivi del progetto, che saranno sviluppati maggiormente sul prossimo numero della rivista.

Vi propongo, percontro, una prima testimonianza  di don Piero Legrenzi, che dopo 25 anni come missionario in Uruguay, si trova ora in Kosovo, quale coordinatore per la Caritas Bergamo di questa iniziativa. Nella sua testimonianza racconta l’esperienza di una persona segnata dalla guerra che dimostra la volontà di non voler dipendere da continui aiuti esterni.

 

Il Centro è già funzionante ed oltre a spazi d’incontro, aperti a vocazione culturale, sociale e di confronto democratico della comunità, si trovano i locali per la formazione professionale. È dunque un Centro fortemente collegato alla collettività locale e potrà essere un fertile terreno di sperimentazione nel fornire risposte a diverse categorie della popolazione, dai giovani agli adulti, realizzando momenti di formazione permanente e continua che rispondono sia ad esigenze di crescita culturale e sociale, sia a più specifiche necessità di riqualificazione atte a colmare vuoti formativi o ad integrare capacità per affrontare promozioni economiche che soddisfino le richieste del mercato.

L’attività economica in campo agro-alimentare, l’uso dell’informatica, le lingue (l’inglese in particolare) e il saper gestire in termini auto-imprenditoriali la propria attività (essere buoni imprenditori di se stessi) sono elementi ormai comuni a tutte, o quasi, le professioni: sono quindi “conoscenze” che il centro professionale deve offrire con continuità ed a tutti i soggetti che ad esso accederanno. Questo vale per tutti, ma a maggior motivo per i giovani, oggi in gran parte esclusi dal lavoro, dentro il quale potranno presumibilmente rientrare maggiormente grazie alla loro capacità di creare nuove attività autogestite che garantiscano loro un’attività lavorativa.

A loro, più ancora che alla persone più adulte, serviranno dunque quelle capacità di base e trasversali indicate.

In risposta alle esplicite richieste di formazione nell’agro-alimentare, si ritiene opportuno prevedere uno specifico laboratorio a ciò dedicato e fornito dei minimi elementi di garanzia di igiene e funzionalità (stufa, forno, acqua corrente e lavandini, piastrellatura, ecc.), nel quale potranno svolgersi le parti teorico-esemplificative o dimostrative delle diverse procedure o lavorazioni.Da qui la proposta che uno dei due principali spazi dedicati nel Centro alla formazione, sia destinato al laboratorio per la trasformazione del latte e produzione di formaggi con laboratorio di analisi dei prodotti e ad un laboratorio multimediale, centrato sull’uso dell’informatica di base e l’apprendimento delle lingue; allo stesso laboratorio accederanno per parti specifiche della loro formazione e per la valorizzazione dell’uso delle tecnologie informatiche e di internet anche coloro che frequentano, fra gli altri, i corsi di formazione all’imprenditorialità.

A questi indirizzi sono pure legati corsi di formazione legati all’ambito dell’edilizia (muratore, elettricista, idraulico, falegname). Altro aspetto che il Centro sta affrontando è la formazione socio-professionale per i disabili.

 

 

La testimonianza. I peperoni che hanno sapore di futuro:

 

Derven-Albania, maggio 1999

Arrivo al campo dei profughi kosovari sfuggiti alla guerra che ha colpito il loro paese. Sono smarriti. Vivono in condizioni difficili d’emergenza. Il mio compito è di coordinare la vita del campo. Ma sono più smarrito di loro. Altra vita, altre esperienze. 

Inizio a darmi da fare. Durante i primi giorni di lavoro conosco Rexhep, incaricato del magazzino degli aiuti umanitari del campo. Alto, spigoloso, sereno. Un mese prima, in piena guerra, ha lasciato la sua casa, il suo villaggio di Baran, ad una quindicina di chilometri da Peje. Sua moglie Emine e i quattro figli sono fuggiti in Albania. Rexhep rimane nella zona del villaggio con pochi amici. Vogliono salvare il salvabile. Poi, anche loro, prendono la fuga dell’esilio, verso l’Albania, a Derven, dove ci siamo conosciuti.

La vita del campo è monotona, triste. Che cosa succederà?

Emine, la moglie dice: “Speriamo che non ci brucino la casa”. Rexhep risponde: “A me non importa la casa. Spero che non mi scopertine/coprano e distruggano i semi di peperoni che ho nascosto”.

Il peperone è alimento base per il kosovaro. Per l’agricoltore è essenziale per il suo lavoro e la sua sopravvivenza.

 

Luglio 1999, finisce la guerra

Rexhep, Emine e i figli ritornano alla loro casa. È bruciata, distrutta.

Rexhep ha la sua idea fissa. Va alla ricerca dei semi di peperoni nascosti. Ci sono ancora! Si sono salvati dalla furia distruttiva dei serbi!

La vita riprende con difficoltà. C’è tanto da fare, tanto da ricostruire. Non ci sono soldi. Però ci sono i semi di peperoni.

Inizia l’autunno e con l’autunno la ricostruzione di alcune case con l’aiuto di Organizzazioni estere. Si ricevono aiuti in vestiario ed alimenti. Vanno bene, ma non sono guadagnati con il sudore della fronte. Arriva l’inverno gelido e si sopravvive come si può.

Finalmente la primavera! Con i pochi mezzi agricoli non distrutti dai serbi si riprende lentamente l’attività normale di Baran: l’agricoltura.

Rexhep inizia pazientemente il lavoro che ha sempre svolto: ara il campo, incolto ormai da due anni, lo prepara con pazienza. I semi di peperoni ci sono. Si sono salvati dalla guerra.

 

Agosto 2000, il raccolto

Pomeriggio afoso. Vado a casa sua a chiacchierare del più e del meno con un vecchio amico. Sulla strada di campagna sorpasso un trattore. È quello di Rexhep, che mi saluta sorridente e felice. Poco dopo siamo insieme a casa sua, seduti nella veranda, bevendo il tradizionale caffè turco e fumando le inevitabili sigarette.

Il mio amico è contento. Al mattino presto, alle cinque, è andato al mercato di Peje con quaranta sacchi di peperoni, dieci marchi ciascuno. Li ha venduti tutti.

M’invita ad andare al campo dei peperoni. Vuol farmi vedere il suo raccolto. Mi piace l’idea. Ci tengo a vedere i peperoni salvati dalla distruzione.

Un chilometro di strada di campagna. Nel silenzio paradisiaco contemplo con commozione un ettaro di piante di peperoni. “Sono buonissimi, piccanti” dice Rexhep, “Da questo raccolto ricaverò dai cinque ai sei mila marchi. E con questi finirò la mia casa”.

 

Finirà sì la sua casa. Non più con i regali delle organizzazioni umanitarie, ma con il frutto del suo sudore.

Mi regala un sacco del prodotto delle sue fatiche. Alla sera, pure io stanco per il mio lavoro, li assaggio con allegria. Sono eccellenti! Sono peperoni che hanno sapore di speranza, sapore di futuro.